Sempre più spesso, nella pratica clinica, capita che le domande di cura avvengano sotto il segno degli attacchi di panico.

 Si tratta di stati di sofferenza soggettiva dirompente per i  quali l’immediatezza, lo stato d’urgenza, accompagnano le richieste di appuntamento e per i quali le risposte devono avvenire con altrettanta solerzia. La caratteristica dell’attacco di panico è la forza con la si quale si manifesta. I pazienti descrivono molto bene un momento di rottura improvviso: se un momento prima si stava bene, si era felici, “tutto funzionava”, un momento dopo si scatena l’inferno. Ed è proprio questa irruzione improvvisa, sconvolgente, il classico fulmine a ciel sereno, che più spaventa e angoscia il soggetto. Accade sovente, infatti, che i soggetti – spaventati, terrorizzati dall’invasione devastante del panico – vivano da quel momento in poi in un costante stato d’ansia e di timore, quasi terrore,  che l’attacco di panico si manifesti nuovamente.

Ciò che differenzia un attacco di panico dall’ansia e dall’angoscia è proprio la sua temporalità: se l’angoscia ha a che fare con il futuro, con una progettualità che crea disturbo, il panico ha in sé invece la caratteristica del qui-e-ora, dell’attualità. Se per l’angoscia il danno è temuto, quindi proiettato in avanti, in un futuro non necessariamente imminente, nel panico la catastrofe si sta manifestando, è in corso e il soggetto si percepisce solo, in balia della devastazione che lo sta travolgendo.

Come si manifesta l’attacco di panico.

Il panico arriva in modo inaspettato, senza preavviso, almeno così appare. Il corpo è percepito come fuori controllo: il cuore palpita, va in fibrillazione, il respiro diventa affannoso, si ha la sensazione di soffocare, di perdere il controllo su tutto, di essere in pericolo, si avverte l’imminenza della propria morte o follia.

Sebbene in genere l’attacco di panico si manifesti con “sporadici episodi”, ciò che permane chiaro e indelebile nel soggetto che li vive, è lo stato di allerta costante che rendere spesso necessario ridimensionare, talvolta pesantemente, la propria autonomia.

L’attacco scatenante, il primo per intenderci, è in genere molto forte, dirompente – molti pazienti lo descrivono come uno “tzunami”che li ha investiti – e questa istantaneità devastante, lascia il soggetto quasi sotto shock. L’idea che l’attacco di panico possa ripresentarsi, può così interferire pesantemente sulla quotidianità al punto di inficiarne una parte, che vede i soggetti interessati a sentirsi costretti – pena il panico – a circoscrivere o addirittura ad eliminare totalmente alcune attività importanti o fondamentali. Il panico mette il soggetto in condizione di fare rinunce suo malgrado, rinunce non di poco conto. Possiamo pensare all’abbandono di un corso di studi, alla difficoltà nella guida (chi soffre di attacchi di panico spesso comincia a farsi accompagnare), si rinuncia spesso ad uscire, ci si allontana da situazioni troppo caotiche o affollate, si manifestano alterazioni del ciclo sonno veglia. Quest’ultimo è spesso disturbato nelle sue diverse fasi:  difficoltà di addormentamento o risveglio precoce, incubi, risvegli frequenti che vanno ad inficiare una stabilità soggettiva già compromessa.

Poiché il primo passo di chi soffre di attacchi di panico è quella di trovare una causa organica, la prima reazione a questa intrusione, è rivolgersi al medico di base, nella speranza che “il dottore” abbia e proponga un rimedio farmacologico – efficace ed immediato – che sancisca la fine alla sofferenza e allo stato di costante terrore. L’attacco di panico viene sovente scambiato con un infarto. Si corre al pronto soccorso dal quale si viene dimessi con una diagnosi di stress, a volte accompagnata con una ricetta per delle gocce calmanti. Il terrore però, nonostante la “rassicurazione” del o dei medici, non abbandona il soggetto, il quale non comprende nemmeno la causa né tanto meno la provenienza, che non sa da che cosa possa essere stato scatenato. Il ricorso alla medicina non sortisce l’effetto sperato (la cura adesso e subito), ma nonostante l’incredulità del proprio stato – i pazienti non comprendono il motivo del loro malessere – ciò che è e rimane chiaro, è che poiché hanno vissuto la propria vita in serenità fino ad un minuto prima, il ritorno allo stato di pace precedente è ciò cui si ambisce: “Voglio star bene come prima!”, questa è la frase che li accompagna nelle sedute.

Perché gli attacchi di panico

Perché gli attacchi di panico sono così frequenti? La risposta va ricercata, come accade per tutte le manifestazioni sintomatiche, nel cambiamento della società: se l’assetto societario subisce mutazioni in termini di istituzioni, valori, priorità, anche i sintomi mutano. Cambia la società e cambia anche la posizione e la risposta del soggetto ad essa. Tale risposta varia a seconda di ciò che la società considera come socialmente accettabile. Nella società contemporanea, dove la causa al disagio soggettivo è legato sempre più spesso al significante stress, panico ed ansia sono ormai sdoganati e accettati da tutti.

Da che cosa ha origine? La società si è sempre più disgregata da gruppo a singolo individuo, lo spirito di appartenenza ad un gruppo, il potersi riferire ad un’istituzione simbolica al di sopra e al di là del soggetto (Religione, Scuola, Politica, Famiglia) è venuto sempre meno, a causa della supremazia del singolo sul gruppo. Se mancano i legami, se la soddisfazione individuale non avviene più in riferimento ad un senso di appartenenza, al fare legame, essa si sposta sulle cose. L’attacco di panico si scatena alla luce di questo cambiamento: se mancano i legami sociali, se manca quell’Altro simbolico cui riferirsi, se il soggetto è orientato alla soddisfazione immediata attraverso la cosa, arriva ad un certo punto in cui nemmeno possedere tutto può bastare. Se i legami mancano e le cose non sono più sufficienti a colmare il vuoto, il soggetto entra per la prima volta a contatto esso. Vuoto cha fa parte del soggetto fin dall’origine, che non ha possibilità di essere colmato, vuoto con il quale il soggetto deve saperci fare. Vuoto dal quale fa capolino  la solitudine, soggettiva e pervasiva. L’estremo senso di abbandono e di svuotamento cui  il soggetto non sa rispondere, genera l’attacco di panico. Il soggetto possiamo dire, si sente mancare il terreno sotto ai piedi e, nella percezione di questa caduta, nel buco lasciato dall’identificazione simbolica, si insinua la devastazione panica che genera nel soggetto l’idea di non avere scampo, che non esistano vie d’uscita.  

La clinica degli attacchi di panico

La clinica degli attacchi di panico è una clinica dell’urgenza, del qui-e-ora. Se l’angoscia si riferisce al futuro, il panico ha dell’immediatezza e il clinico non deve perdere tempo.

Constatato che il disturbo non è di natura organica, il medico in genere prescrive ansiolitici e/o calmanti che portano ad una rapida risoluzione del problema: il panico in genere scompare.

Accade però che dopo un certo tempo i pazienti interrompano l’utilizzo di questi farmaci e, puntuale, l’attacco di panico si ripresenta. Perché?

La domanda del paziente si orienta sul ripristino di una sicurezza ed una serenità precedenti cui ambisce tornare; è spesso una certezza, non c’è dubbio alcuno in merito alla quasi perfezione del proprio stato preceddente all’evento. Il farmaco permette il ritorno a questo stato idilliaco iniziale ma come un tappo, un rimedio posticcio. Il farmaco cheta, mette una pezza ma non risolve il problema  e questo è il motivo per cui, nel caso dell’interruzione, il sintomo si ripresenta.

La reazione è quella di cambiare farmaco o trovare altri metodi per “non pensarci”: tecniche di rilassamento, arte terapia, yoga tutte cose che possono dar sollievo e lenire lo stato d’ansia, che a volte sono anche necessarie per spostare l’attenzione su altro, per distrarsi dal timore della ricomparsa ma che, in genere, non permettono una presa di coscienza profonda. Si sta meglio ma non si comprende perché si è stati male.

Il ricorso ad uno psicologo, la richiesta di un percorso di terapia diventa spesso l’ultima scelta, quando il resto non ha funzionato o quando gli attacchi di panico, che in un primo momento si erano attenuati, ritornano con una certa forza e violenza si arriva allora alla richiesta di una terapia.

La psicoanalisi Lacaniana considera il panico come un sintomo, quindi non un mancato funzionamento del corpo, sebbene appaia tale, il panico è una “verità” che emerge e si scatena sul corpo. Una verità taciuta, ignorata, dimenticata che emerge in un’esplosione improvvisa, una verità che, come tutti i sintomi, dice qualcosa del soggetto stesso sebbene lo stesso ne sia assolutamente ignaro. E’ una verità inconscia, nascosta e va decifrata, scoperta come un rebus, diceva Freud.

Nel corso di una terapia – quantomeno una terapia analiticamente orientata secondo gli insegnamenti di Freud e Lacan – il soggetto, mettendo in parola  ciò che lo attraversa, può ritrovare le coordinate della propria storia, delle propria verità; comprende che cosa possa aver scatenato tali attacchi, ma ha anche  una possibilità in più: la prospettiva di potersene fare qualcosa di queste scoperte e trovare un modo nuovo di vivere la propria vita, in contatto con il proprio desiderio soggettivo e servendosi di godimento vitale, libero dal panico.